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venerdì 18 luglio 2014

"VITA DI ADELE" SABATO 19 LUGLIO ALLA HERMES ACADEMY

Sabato 19 luglio, per il ciclo Cineforum, a partire dalle ore 20.30, l’Associazione Culturale Hermes Academy Onlus – Arcigay Taranto invita i propri soci presso la sede in Via Oberdan #71, per la proiezione de “La vita di Adèle”, film del 2013 diretto da Abdellatif Kechiche e ispirato al romanzo a fumetti “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh. Il film si è aggiudicato la Palma d’oro al Festival di Cannes 2013.
La partecipazione è libera e gratuita; occorre però prenotare al +39 346 622 6998.
Adèle ha quindici anni e un appetito insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della Marianna di Marivaux si invaghisce di Thomas, a cui si concede senza mai accendersi davvero. A innamorarla è invece una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay, dove si è recata con l’amico di sempre. Un cocktail e una panchina condivisa avviano una storia d’amore appassionata e travolgente che matura Adèle, conducendola fuori dall’adolescenza e verso l’insegnamento. Perché Adèle, che alle ostriche preferisce gli spaghetti, vuole formare gli adulti di domani, restituendo ai suoi bambini tutto il bello imparato dietro ai banchi e nella vita. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore. Traghettata da quel sentimento impetuoso, Adèle diventa donna imparando molto presto che la vita non è sempre un (bel) romanzo.
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Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, maître dei sentimenti nella società francese del diciottesimo secolo, spiando il cuore della petites gens dove si nasconde l’amore. L’amore che il suo cinema come la letteratura dello scrittore fa uscire allo scoperto, segnato da un movimento della parola e da una naturalezza di espressione che incanta. Sul romanzo “La Vie de Marianne” apre La vie dAdèle, storia d’amore e di formazione di un’adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Eludendo il compiacimento dell’esibizione, il regista tunisino racconta una stagione d’amore dolorosa e irripetibile, senza psicologismi e con una carnalità priva di morbosità. Al centro del film due giovani donne che leggono la realtà con gli occhi del desiderio, il loro, che esplode sullo schermo accordando i capitoli della loro esistenza. L’abilità dell’autore a dirigere gli attori, già osservata nei lavori precedenti (La schivataCous cousVenere Nera), produce periodi di pura bellezza come in occasione della lunghissima scena dell’amplesso, delle cene di presentazione e delle letture scolastiche. Con un movimento dall’esterno verso l’interno, Kechiche realizza un film che quanto più si distende nel tempo (quello diegetico e quello effettuale), tanto più si stringe nello spazio di una camera, di un’aula, di una cucina, placandosi nel ritmo e dentro un’appassionata ricerca di interiorità. La galleria di reincarnazioni dell’eterno femminino dopo la danzatrice del ventre di Cous Cous e la schiava assoluta di Venere Nera si arricchisce di un’altra figura, questa volta divorata dall’eros, spregiudicata, libera e bellissima. Adèle Exarchopoulos è l’Adèle del titolo, colta nell’incandescenza di un sentimento fervidissimo e totalizzante per Emma e congedata con una raggiunta consapevolezza. Dentro un abito blu, preso in prestito dalla bande dessinée di Julie Maroh (“Le Bleu est une couleur chaude”), la protagonista comprenderà di poter sopravvivere agli amori che non possiamo trattenere, preferendo le lacrime (tante lacrime) e lo struggente languore all’innaturale rimozione. E la bellezza de La vita di Adele nasce proprio nei momenti di frattura, chiavi per aprire il futuro alla protagonista rimasta sola col suo sentimento infelice. Come nei romanzi, tutti francesi, che divora da studentessa e poi da insegnante, Adèle si cerca nel fondo del proprio amore, sopportando una solitudine che ha imparato a curare. Alla maniera di Antoine Doinel, la protagonista di Kechiche è iniziata alla vita adulta nel tempo di due capitoli, che la formano e la rimandano a una nuova avventura esistenziale, dopo averne determinato il sé sociale ed emotivo con tenace aspirazione. Ricomposto il corpo freak di Saartjie Baartman, su cui si fissava il potenziale oppressivo dello sguardo, il regista assedia quello vitalistico di Adèle, a cui corrisponde quello impressionista e languido di Léa Seydoux, magnifica ossessione che la introduce alla belle arti, all’arte amatoria e alla celebrazione dell’energia del corpo.

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