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giovedì 23 maggio 2013

FAMIGLIA RIVA. SEQUESTRI PREVENTIVI SUI LORO BENI

Una serie di sequestri preventivi sono stati effettuati dalla Guardia di Finanza  sui beni della famiglia Riva, proprietaria dello stabilimento Ilva di Taranto.  Il provvedimento sarebbe relativo a reati fiscali e riciclaggio. Il provvedimento è stato firmato dal gip del tribunale di Milano ed è stato eseguito dagli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza del capoluogo lombardo e di Varese. Le accuse nei confronti della famiglia Riva sono di frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato. Intanto il gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha concesso gli arresti domiciliari al presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, arrestato il 15 maggio scorso per concussione nell'ambito dell'inchiesta sull'Ilva Ambiente svenduto. Resta in carcere invece l'ex assessore provinciale all'Ambiente Michele Conserva.
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Florido si era dimesso da presidente della Provincia subito dopo l'arresto. Conserva, che risponde degli stessi reati contestati a Florido (tentata concussione per costrizione e concussione per induzione ai danni di due funzionari della Provincia), si era invece dimesso nel settembre dello scorso anno, due mesi prima di essere arrestato ai domiciliari per altri presunti episodi di concussione con l'aggravante di aver fatto parte di un'associazione per delinquere. E frattanto continuano ad allungarsi i tempi per l’eventuale estradizione di Fabio Riva, il patron dell’Ilva colpito da un mandato di arresto europeo per associazione per delinquere e disastro ambientale nell'ambito.  Fabio Riva, ricercato dal 26 novembre scorso giorno in cui furono arrestati i vertici dell’Ilva di Taranto nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale  era stato fermato a Londra il 21 gennaio scorso. Poi era stato rimesso in libertà vigilata dopo aver pagato una cauzione, come previsto dalla legge inglese. La cauzione – secondo indiscrezioni – era stata fissata in centomila sterline pari a poco più di 120mila euro.   La Corte londinese si è riservata ancora di decidere.

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