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martedì 27 agosto 2013

IDENTITA' TARANTINE. GLI ATTIMI FESTOSI DI UN POPOLO

C'è stata un’epoca in cui la vita era scandita dal richiamo delle azioni di riti particolari, di buffoni e stolti, di cantastorie di diversa natura, parti e particelle di un sapere popolare. Il culto delle divinità e la cultura del vino erano una metafora della vita e della sua continuità. Dietro la natura selvaggia, la possessione estatica, la danza, le maschere, Dioniso risvegliava l'entusiasmo popolare tarantino. "...l'eccitazione si era trasmessa all'intero bosco, alle belve: non c'era più niente di fermo, tutto si agitava in frenesia”. Lo storico Strabone era greco come i tarantini. Egli constatò che a Taranto i giorni di divertimento superavano quelli di lavoro: una spiccata tendenza festiva che fece gridare in età moderna “al trionfo della festa e della cultura della festa”. Pare che Archita avesse realizzato uno strumento folcloristico da utilizzare nelle feste popolari: la raganella. Un meccanismo particolare che permise, nel Medioevo, l’effettuazione di manifestazioni musicali ritmate. Chi rimase sgomento davanti ad un numero così elevato di divertimenti fu Pirro, in soccorso ai tarantini durante la guerra contro Roma. Dovette addirittura cercare di contenere l’eccessiva leggerezza, sia nei passatempi sia nei costumi tarantini, attraverso censure e divieti, con scarsi risultati peraltro. Il poeta Orazio compose uno spartito di sentimenti e musicalità elegiaca a cornice preziosa della storia definendola “imbelle Tarentum”, ossia la pacifica Taranto.

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Rimane poco della dolce città ionica e dei suoi tanti attimi di condivisione dello svago. E pensare che era talmente acculturata che la ritualità festiva divenne un marchio di riconoscimento. Una forma di potere più alto, anche questo lasciato in eredità, incredibilmente, dalla sua millenaria storia.

MASSIMILIANO RASO

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