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giovedì 11 aprile 2013

ADRIANO SOFRI E I SUOI GIORNI A TARANTO


 La Corte ha dato ragione alla legge “salva Ilva”, torto ai magistrati di Taranto. E ora? Qualunque verdetto fosse arrivato, la domanda sarebbe stata la stessa. Da una parte c’era una città (divisa anche lei, certo), dall’altra una legge voluta da governo, partiti e sindacati, controfirmata dal presidente della repubblica, caldeggiata vastamente in nome delle ragioni superiori dell’economia. Si penserà a una vittoria del buon senso sul rigore astratto, o al contrario della ragion di Stato sul diritto.

La prassi della Consulta e l’aria del tempo inducevano ad aspettarsi il risultato che è venuto. Fra una netta gerarchia di valori e un bilanciamento degli interessi concorrenti, gli interpreti conservatori della Costituzione italiana prediligono il secondo. Procura e Gip tarantini avevano scelto la prima: in soldoni, la salute viene prima. Gli interessi erano enormi. L’Ilva (e il governo) avevano fatto pesare la minaccia che una sentenza di incostituzionalità volesse dire la chiusura, a Taranto e altrove.

D’altra parte, se la pronuncia della Corte sconfessa i ricorrenti sul piano giuridico, non chiude affatto la partita penale, e forse la esacerba. Non perché procura e Gip inseguano una rivalsa, ma perché negando che la legge interferisca con l’autonomia e l’obbligatorietà dell’azione penale la Consulta lascia nelle mani dei magistrati la sequela scottante dei reati commessi e accertati durante il sequestro e in violazione delle stesse prescrizioni della legge. Reciprocamente, la soddisfazione ottenuta dall’azienda non garantisce affatto di una stabilità del lavoro e delle sue condizioni, e annuncia piuttosto una forte riduzione dell’occupazione. (Poche ore prima della sentenza, all’Ilva un capannone di ferro e cemento è crollato rovinosamente: non era orario di lavoro!)

Di giorno il fumo dell’Ilva non vede l’ora di sembrare una nuvola, per la vergogna. E ora, dunque? La legge aveva due fianchi scoperti: quello di principio, la negazione della salvaguardia primaria della salute, e quello di fatto. Perché la legge, che pur vanta il “cronoprogramma”, si piega alla dilazione permanente, e il triennio cui dovrebbe gradualmente applicarsi si muta in una mera scadenza a tre anni. Sono mancate perfino le prescrizioni della precedente e blanda Aia (autorizzazione integrata ambientale): al famigerato camino E312 del filtro a maniche da installare entro l’agosto scorso non c’è traccia; la copertura dei nastri e il rifacimento delle batterie, da completare entro il 2012, sono già slittati al 2014, su semplice richiesta dell’azienda. Addirittura, in tanto contendere sui dati dell’inquinamento, a tutt’oggi nell’immenso stabilimento non sono ancora installate centraline di monitoraggio dell’aria e degli inquinanti (nelle adiacenti Eni e Cementir, impestate la loro parte, ce ne sono 5 ciascuna).

Lungi dall’essere un piano di interventi, l’Aia agisce come un piano di rinvio. Sei giorni fa era stata la Cassazione, motivando la convalida degli arresti, a scrivere duramente che i Riva e l’ex direttore dell’Ilva avevano spregiudicatamente continuato a “contaminare terreni ed acque e animali destinati all'alimentazione in un'area vastissima che comprende Taranto e i paesi vicini… così da integrare i reati di disastro doloso, omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, avvelenamento di acque, per deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti…”.

E ora, dunque? Il 14 aprile si terrà un referendum: Volete chiudere tutta l’Ilva? Volete chiudere l’area a caldo? E’ solo consultivo. Avviene tardi. E’ riservato alla sola Taranto: ma ci sono comuni limitrofi, come Statte, che sono più vicini all’Ilva, e poi la maggioranza degli operai che all’Ilva lavorano viene dai comuni della provincia. La sentenza di ieri potrà indurre più elettori a reagire, ma resta probabile che fra quanti andranno a votare prevarrà il sì alla chiusura, e che si rimarrà lontano dal quorum: gli uni diranno che la città ha ripudiato la fabbrica, gli altri che la città è stata indifferente.

Domenica mattina – giorno e ora inadatti alla flemma tarantina - si è svolto un corteo indetto dagli “ambientalisti”, medici e infermieri in testa, e la parola d’ordine del sostegno ai magistrati. Era bello, ma meno numeroso e teso di altre volte, e spiccava l’assenza degli operai, quelli dei sindacati, quelli di nessuno, e quelli del comitato dei Liberi e pensanti, così da far dubitare di un passo indietro, al tempo in cui scolari e ambientalisti manifestavano per la magistratura e gli operai per il lavoro. I Liberi e pensanti avevano detto di avere i loro punti, e che non si manifesta né pro né contro la magistratura, che ha solo da fare il suo dovere: buon argomento in genere, ma intanto l’Ilva era arrivata a denunciare in tribunale procuratori, giudice, e custodi giudiziali. C’era una fiammante automobile elettrica ad aprire il corteo, e rendeva involontariamente l’idea di una distanza sociale dall’Apecar che è diventata il simbolo dei Liberi e pensanti. Non è facile affiancare i due mezzi di locomozione.

Tuttavia non è vero che si sia tornati così indietro, e gli “ambientalisti” sanno che il primato della salute è ormai sentito largamente fuori e dentro la fabbrica. Chissà se sanno che dentro la fabbrica qualche mano ha scritto sui laminati sequestrati: “Forza Patrizia”. I Liberi e pensanti preparano ora il loro Primo Maggio (qui si dice “l’Uno Maggio”): festa del lavoro, contro chi vuole ridurlo al lavoro di pochi, e metterlo contro la salute di tutti. Alla manifestazione del 7 c’era un’effigie del papa, con la scritta “Francesco, vieni!” C’erano altre cose memorabili, come lo striscione retto dalle donne di Ciro Moccia, l’ultimo dei morti dell’Ilva: fra loro la sua figlia minore, l’avevo vista al funerale, che accarezzava la bara e mormorava: “Forza papà, forza papà”, nel giorno in cui era diventata grande prima del tempo.

Gira un’idea, di candidare Taranto a capitale europea della cultura nel 2019 (sono già candidate Ravenna, L’Aquila, Assisi, Matera…). E’ una buona idea, suppone almeno che l’Ilva retroceda entro limiti tecnici e umani decenti e che i ruderi oltraggiati dell’antica acropoli di Taranto Vecchia riacquistino bellezza e popolo, prima della calata degli avvoltoi. E’ successo ad altre città devastate da impianti voraci, e convertite a bellezza e cultura (Linz 2009, la slovacca e siderurgica Košice 2013).

Chi farà i sopraluoghi non cerchi la verità di Taranto ai recinti arrossati dell’Ilva, né ai due mari splendidi e avvelenati, o al muraglione cupo che difende da nessuno un arsenale militare svuotato: vada al cimitero di san Brunone, “sopra ai Tamburi”. Nelle celle frigorifere aspettano le salme da inumare, la più povera delle destinazioni postume, perché la terra è troppo inquinata per essere maneggiata dai lavoranti, come nei giardinetti e nelle aiuole delle scuole elementari. Non ci sono più metafore, qua. “La terra dei morti” è vera terra di erbacce che respinge i morti. Costerebbe 6 euro al giorno, la giacenza dei morti congelati, ma, data l’emergenza, si soprassiede. Fra i mille modi di indagare su quanto e come si muoia a Taranto c’è anche questo, la lettura paziente delle date d’inizio e di fine sulle lapidi. D’altra parte non c’è punto migliore per il colpo d’occhio sulla gran fabbrica che i tetti degli ossari, separati appena da una strada. Peccato che di notte la città dei morti chiuda, quando lo spettacolo così grandiosamente fotogenico dell’Ilva culmina. Di notte le fumate si impigliano ai camini e alle torri degli altoforni come una ragnatela di nebbia grigia e rossastra, un’illlusione ottica di produzione sovreccitata, e un risparmio sulla tariffa elettrica scontata della notte.


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