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domenica 10 luglio 2011

FABIO CANNAVARO LASCIA IL CALCIO

Fabio Cannavaro bacia la Coppa del Mondo conquistata a Berlino

MASSIMILIANO NEROZZI
Fabio Cannavaro, capitano dell'Italia Mondiale e recordman di presenze azzurre, Pallone d'oro 2006, ha deciso di chiudere la carriera con un anno di anticipo: perché?«Il mio ginocchio non ce la faceva più. Mentre ero in vacanza ho provato a fare qualche corsetta, per allenarmi, e il ginocchio sinistro mi si è subito gonfiato. Problemi di cartilagine. Mi ero fatto male la stagione scorsa, una brutta botta».

Altro rimedio non esisteva?«Ho provato a curarmi per tutta l'estate, mi seguiva il professor Enrico Castellacci, ma quando in Florida ho visto che mi faceva male per una semplice corsa, ho capito che era arrivato il momento di dire basta».

Mica facile: umore?«Che dire, sono triste. E so che sarà molto dura smettere con il calcio: in fondo, gioco da quando avevo otto anni. Fanno trent'anni di pallone, cioè la mia vita. Ma se mi guardo indietro, ho avuto tutto. Allora, dico pure che sono felice».

Con chi ne ha parlato per primo?«Con mio fratello, Paolo. Gli ho detto: “A Pa, mi sa che è arrivata l'ora di dire basta”. E poi con mia moglie, Daniela».

Hanno provato a farle cambiare idea?«Non ce n'era bisogno: come dicevo, sono trent'anni che gioco. Era il momento».

Che farà ora?«Dovrò parlare con la Juve, perché con loro ho sempre un contratto da dirigente, per quattro anni, che firmai al mio ritorno in bianconero. Ma penso che starò ancora qui a Dubai».

Le hanno offerto di fare il dirigente dell'Al Ahli, la sua ultima squadra?«Sì. Una specie di uomo immagine, ambasciatore. In queste settimane sono stato negli Stati Uniti, in Italia, a Londra, ma quando ho deciso di ritirarmi, per correttezza, sono tornato a Dubai per parlare con il presidente, Al Naboodah, con il quale il rapporto è splendido. Così abbiamo trovato una soluzione, riprendendo discorsi già fatti in passato. Resterò all'Al Ahli per altri tre anni, come dirigente».

Dubai, casa sulla spiaggia. «Il paradiso», parola sua.«E poi mi stimola molto lavorare in questo calcio in espansione, anche se avevo in mente di giocare ancora un anno. Ma non sarebbe stato corretto, sapendo che il ginocchio non poteva reggere a certi livelli. A quasi 38 anni, di soddisfazioni me ne sono tolte, a livello italiano e internazionale. Va bene anche così».

La più bella foto dell'album?«La notte Mondiale di Berlino. Ma anche aver messo la maglia del Napoli, da ragazzo: un sogno. E poi una vita professionale in crescendo, durante la quale ho avuto la fortuna di giocare in alcune delle squadre migliori del mondo».

Il ricordo più triste?«Triste no, forse più brutto: quel filmato ai tempi del Parma, con il mio braccio. Non era doping, ma fu una vera stupidaggine».

Pentito di essere tornato alla Juve?«Pentito no, perché avevo ritrovato tanti amici. Anche se poi, a pagare, sono sempre quelli indicati come traditori o mercenari».

Etichetta che a lei non è mai andata giù.«Quando me ne andai, nel 2006, a 34 anni la Juve ci guadagnò un bel po' di soldi, dopo che mi aveva acquistato scambiandomi con il terzo portiere: fu un affare, insomma».

Per l'inchiesta Figc anche l'Inter fece telefonate proibite, da illecito sportivo: che ne pensa?«Che sicuramente sarebbe bello riavere quello scudetto. Anche se forse non ce n'è bisogno».

Motivo?«L'ho sempre sentito mio, e così tutti i miei compagni, perché lo vincemmo sul campo, sudando. Eravamo i più forti. A casa ho la coppa e le foto della festa: tutto il resto non conta».

Da quando ha annunciato l'addio, quanti messaggi le sono arrivati?«Tantissimi, da amici e compagni. Ho parlato con il mister, Lippi, con Pirlo, e con tanti altri».

Il messaggio più bello?(sorride) «Quello di Guido, un amico da quando eravamo piccoli. M'ha detto: “Fabio, hai iniziato con una Punto bianca, finisci con una Ferrari Gto 599. Vuol dire che ti è andata bene”. Posso dargli torto?».

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