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sabato 30 maggio 2015

IL MITO GUEVARA? UNA STORIA DI PASSIONI E RIVOLUZIONI

Tutti abbiamo il diritto di sognare e di continuare a immaginarlo con la barba al vento e lo sguardo rivolto al futuro, propria dell’effigie warholiana, simbolo di speranza di una vita dignitosa e di un riscatto dalle ingiustizie sociali. Giovane e bello, considerato il Robert Redford dei rivoluzionari, Ernesto Guevara è stato davvero una grande icona? Il 14 giugno del 1928 le doglie sorprendono una giovane ragazza mentre viaggia lungo il fiume Paranà in Sudamerica. E’ Celia de la Serna, una bella ragazza dai capelli lunghi, colta e di famiglia agiata che ha solo 21 anni, ma sta per diventare la mamma di un futuro mito: Ernesto Guevara detto “il Che”. “O l’infanzia è il destino”, come diceva lo Psicologo messicano Santiago Ramirez, oppure l’infanzia è un processo casuale, è la preistoria di un cittadino che costruisce se stesso nel corso della vita facendo appello al libero arbitrio (Paco Ignacio). Per il futuro combattente Guevara, la broncopolmonite sarà la sua pena più grande, la causa dell'asma che lo tormenterà per tutta la vita. “La sua asma era così terribile che i miei genitori, disperati, pensarono che sarebbe morto”. Con queste parole la sorella Ana Maria ricorda i tanti giorni accanto al letto del fratello per cercare di farlo respirare. Nato in una famiglia dell’alta borghesia, dotato di una forte carica di volontà e tenacia, con una precoce vocazione ribelle, il suo intento sin da ragazzo è la realizzazione del sogno di Bolivar e Martì per una grande patria americana. Appena ventenne, laureando in Medicina, si mette in sella ad una Northon 500, la famosa Poderosa II, per viaggiare nel "suo continente", con lui l'amico Alberto Granado che annoterà: “Il primo viaggio servì a fare domande. Il secondo a trovare risposte…Viaggiare lo rese sensibile alle ingiustizie…Furono quelle le radici delle sue teorie marxiste”. Un itinerario insidioso fatto di cascate, fiumi, animali pericolosi, un percorso le cui tappe fondamentali sono Machu Picchu ed il lebbrosario di San Pablo, lungo il quale il giovane protagonista osserva la miseria, l’emarginazione e la povertà del popolo latino-americano. Scriverà più tardi: “Mi rendo conto che ho maturato qualcosa in me che da tempo cresceva nel frastuono cittadino: l’odio per la civiltà, la rozza immagine di persone che si muovono come impazzite al ritmo di quel tremendo rumore”. E’ stato detto che la fortuna del Che è dovuta a due casi: la prima che “gli eroi son sempre giovani e belli”; la seconda dovuta all’ignoranza degli estimatori di ieri e di oggi, perché associato a tutto quanto fa spettacolo.
E' una notte del 1955, in Messico,  quando incontra un giovane avvocato cubano in esilio che si prepara a rientrare a Cuba: Fidel Castro. Con il futuro “leader maximo” condivide gli ideali, il culto dei “guerriglieri” e la volontà di espropriare il dittatore Batista del territorio cubano. Di lui Fidel dirà in seguito: “”…è un uomo con le tre C, un cuore, un cervello e dei Cojones”. Sbarcato clandestinamente a Cuba con Fidel, nel 1956 si autonomina comandante di una colonna di “barbudos”. Per i più critici, il Che è crudele e determinato. Un filone di studi revisionisti sul Che, infatti, derubricano la sua immagine da eroe romantico a “macchina assassina”, come ha scritto in un articolo su “New Republic” Alvaro Vargas Llosa. Per Leonardo Facco se si prova a chiedere al “cittadino qualunque” una definizione sul Che si nota che il 99% delle risposte hanno un simile tenore: ”…il Che compie imprese meravigliose che suscitano stupore e ammirazione, (…) che lo fanno apparire come una guida….” Un video dedicato al combattente tra gli anni Cinquanta e Sessanta lo descrivono, invece, come “una macchina da morte”. Durante un discorso alle Nazioni Unite così si esprimeva: ”Fucilazioni? Si, abbiamo fucilato. Continuiamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è una lotta fino alla morte”. Lo storico Enrique Ros sostiene che: “Guevara fino all’arrivo in Guatemala (all’epoca dell’invasione militare) era solo un avventuriero interessato al gioco del football, all’indifferenza e alle fotografie che scattava…” mentre tutto intorno la gente fuggiva alle bombe ed alla guerra. Alcuni studiosi sostengono che la sua azione politica sia stata brillante in quanto mirava, in positivo, ad un progetto alternativo economico e culturale al capitalismo per l’isola di Cuba con la “guerra alla burocrazia”, al settarismo, all’inefficienza, agli eccessi della statalizzazione. Dubbi, congetture, versioni volutamente distorte, biografie, revisionismi e critiche pesanti. La verità sul Che, decenni dopo la morte a Valle Grande in Bolivia, in cui il suo cadavere venne adagiato su una lastra di cemento nella lavanderia dell’ospedale di “Nuestra Signora de Malta”, non è facile far venire a galla in tutta la sua autenticità. A tal proposito il sociologo Jorge Castaneda, autore di una biografia autorevole, ha scritto: ”Gli scoprirono il volto, ora rilassato e sereno, e gli denudarono il torace.Quando cominciò la processione di giornalisti e cittadini curiosi, la metamorfosi era completa…(.) L’esercito boliviano aveva trasformato un rivoluzionario ormai intrappolato e rassegnato in un simulacro di vita oltre la morte….” In molti hanno investigato sulla vita di Ernesto Guevara che fu assassinato nell’ottobre del 1967, alla vigilia di un anno cruciale per i giovani di mezzo mondo. Da li a poco ci sarebbe stato il mitico ’68, la candidatura alle presidenziali di Robert Kennedy, la voce di grido di Martin Luther King rappresentante dei diritti civili tra bianchi e neri. Ma con la morte del Che Guevara si chiude un periodo della storia americana, la possibilità di estendere la rivoluzione ad altri Paesi e comunque, come scriverà anni dopo il francese Michael Lowy, “Passano gli anni, cambiano le mode, al moderno succede il postmoderno,(…) eppure il messaggio del Che … mantiene un nucleo forte e incandescente che continua ad ardere in quest’oscura e fredda fine secolo.”
MASSIMILIANO RASO

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